Maurizio Sitzia

L'AI ci toglierà il lavoro … e forse è la migliore notizia che potessimo ricevere

2026-07-07 12:16

Maurizio Sitzia

L'AI ci toglierà il lavoro … e forse è la migliore notizia che potessimo ricevere

Le macchine ci potranno togliere tutto ma non le emozioni e, soprattutto, ci daranno il tempo. Starà a noi decidere cosa farne.

 

 

 

Le macchine ci potranno togliere tutto ma non le emozioni e, soprattutto, ci daranno il tempo. Starà a noi decidere cosa farne.

 

 

 

Si discute molto oggi su come l’IA cancellerà lentamente posti di lavoro, trasferendoli dagli uomini alle macchine. E’ un processo che noi umani, con la tecnica, abbiamo avviato da millenni. Ma oggi, ciò che spaventa, è la velocità con cui questo avviene e l’incertezza di un futuro per noi umani ancora da esplorare.

Proviamo a guardare questo processo da una diversa angolazione e magari possiamo scoprire che questa trasformazione, se opportunamente accompagnata e guidata, possa nascondere qualcosa di profondamente liberatorio.

 

Cosa le macchine non potranno mai fare per noi

Immaginate una gelateria. Arriverà un giorno in cui le persone che ci lavorano non saranno più necessarie: uno o più robot saranno in grado di gestire la gelateria in autonomia, dalla produzione (texture impeccabile, gusti bilanciati, zero sprechi, costi bassi) al servizio.

Un bel problema per chi ci lavorava. Ma voi, quel pomeriggio di luglio, seduti su una panchina con il vostro cono in mano, perdete qualcosa?

Il piacere di mangiare un gelato non appartiene alla macchina che lo ha prodotto. Appartiene a voi. Alla freschezza che sentite sulla lingua, al suo gusto, all'odore dell'estate, al momento di pausa in una giornata piena. Questo è ciò che conta. Nessuna macchina, per quanto sofisticata, può togliervi questo.

E lo stesso vale per quasi tutto ciò che conta davvero nella vita umana.

L'AI potrà scrivere romanzi bellissimi, ma non potrà sostituire il piacere di perdersi in una storia, di ritrovare in un personaggio qualcosa di sé stessi, di chiudere un libro con quella sensazione strana che il vostro mondo sia un po’ cambiato.

Potrà comporre musica, dipingere, progettare case, diagnosticare malattie, ma non potrà mai emozionarsi per noi. Questa rimarrà una proprietà prettamente nostra.

 

C'è qualcosa di più sottile, però, che vale la pena esplorare.

Quando mangiamo il gelato fatto da un artigiano che ama il suo mestiere, non stiamo solo gustando un prodotto. Stiamo entrando in contatto con qualcosa che quella persona ha messo dentro: la cura, la passione, l'attenzione ai dettagli che nascono solo quando si fa qualcosa perché si vuole farlo, non perché si deve.

Questo trasferimento invisibile, dall'esperienza di chi crea all'esperienza di chi riceve, è qualcosa che l'AI non può replicare. Non perché le manchi la tecnica. Perché le manca la vita interiore da cui quella qualità nasce.

Karen Blixen lo ha raccontato nel Pranzo di Babette. Babette, cuoca francese rifugiata in una comunità austera, riceve una fortuna inaspettata e la spende interamente per preparare un banchetto straordinario. Non per guadagno. Non per obbligo. Per amore puro del suo mestiere, e di quella comunità. Il risultato non è solo un pasto eccezionale: è un'esperienza che trasforma chi vi partecipa, che apre cuori chiusi da decenni, che restituisce alla vita la sua pienezza.

Babette opera da un luogo di gioia piena. E quella gioia arriva a tavola insieme al cibo.

Una macchina può replicare ogni singola ricetta di quel banchetto. Non può replicare Babette. La magia di quel pranzo non sarebbe mai potuta esplodere se a preparare quel pranzo fossero state delle macchine, per quanto perfette possano essere.

 

Il problema di oggi

Tutto questo suona bello. Ma c'è un dato che rende questa riflessione urgente, non solo romantica.

Oggi, in tutto il mondo, solo una minoranza di persone fa un lavoro che ama davvero. La maggior parte lavora per necessità: per pagare un mutuo, per mantenere una famiglia, per sopravvivere in un sistema che richiede produzione continua. Fanno cose utili. Ma non cose che le accendono.

Nelle Dinamiche Neuro-Esistenziali questa condizione ha un nome preciso. Si chiama Sz2: la dimensione in cui c'è vantaggio - il lavoro paga, garantisce stabilità - ma manca il piacere - il senso, la gioia del fare. È una zona di stress cronico silenzioso. Sostenibile per un periodo. Logorante nel tempo.

La formula del benessere autentico, nelle DNE, è diversa. Si chiama Sz1: quella condizione in cui ciò che facciamo è insieme utile e piacevole, in cui vantaggio e piacere coesistono. È la zona del benessere pieno, della vitalità, della realizzazione.

Oggi la Sz1 è un privilegio di pochi. Di chi ha avuto la fortuna, o il coraggio, di trasformare una passione in un lavoro.

 

Il mondo che potrebbe nascere

L'AI, se sapremo gestirla bene, potrebbe cambiare questo equilibrio in modo radicale.

Se le macchine si occuperanno dei lavori ripetitivi, meccanici, privi di senso, e in genere quelli che oggi milioni di persone svolgono non per scelta ma per necessità, si apre uno spazio enorme. Lo spazio per scegliere davvero cosa fare. Per domandarsi non cosa riesco a vendere ma cosa mi accende.

In questo scenario, chi sceglie di fare il gelataio lo fa perché ama farlo. Chi scrive un libro lo fa perché ha qualcosa da dire e sente il bisogno di dirlo. Chi cura un orto, costruisce un tavolo, insegna ai bambini, compone una canzone, lo fa da un luogo di Sz1.

E questa differenza si sente. Si sente nel gelato, nel libro, nel tavolo, nella canzone.

Le DNE ci dicono che quando una persona opera da un luogo di benessere pieno - con la funzione esplorativa accesa, con la neurofisiologia propositiva prevalente - quello che produce porta con sé una qualità che non è solo tecnica. È umana. È la traccia di un'esperienza vissuta con pienezza.

Chi riceve quell'opera non riceve solo un prodotto. Riceve un pezzo di vita di qualcuno.

 

La vera ricchezza che nessuna macchina può produrre

C'è quindi un paradosso curioso in questo futuro che temiamo.

Più l'AI diventa capace, più il valore di ciò che è autenticamente umano aumenta. Non nonostante la tecnologia ma grazie ad essa.

Un libro scritto da una persona che ha attraversato davvero quella storia varrà più di mille romanzi perfetti generati da un algoritmo. Un gelato fatto con le mani di qualcuno che ci ha messo il cuore avrà un sapore che nessuna macchina potrà eguagliare.

E noi, d'altra parte, porteremo a quella lettura, a quel gelato, a quella musica, un'emozione più piena. Perché sapremo che quello che stiamo vivendo è raro. Che è umano. Che è autentico.

 

Le macchine ci daranno il tempo. Starà a noi decidere cosa farne.

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