Le Dinamiche Neuro-Esistenziali nascono non per dirti chi sei ma per aiutarti a capire come funzioni e cosa ti ha portato dove sei.
Quella luce che senti spenta non è andata da nessuna parte. È ancora lì. Aspetta solo le condizioni giuste per tornare.
“Ho aspettato con così tanta ansia questi 7 (sette!!) giorni di pausa per poi rientrare e tornare subito in apnea? Schiacciata dalla necessità di essere sempre ultra performante, di riempire spazi e vuoti per sentirmi soddisfatta e non riuscire a trovare un vero equilibrio”.
E’ parte di un commento di Alessandra D. su LinkedIn che ha ispirato questo mio articolo.
L'entusiasmo per un progetto che prima ci accendeva. La voglia di parlare con certe persone. La curiosità per qualcosa di nuovo. Quella sensazione di avere energia in più, di volere qualcosa, di aspettarci qualcosa dal giorno che stava per cominciare.
Non sparisce all'improvviso. Si consuma lentamente, senza fare rumore.
E, finché possiamo, facciamo finta di non accorgersene.
"Sono fatto così"
La prima spiegazione che ci diamo è sempre la più comoda.
Sono una persona riservata. Sono sempre stato così. Non sono il tipo che si entusiasma facilmente. È il periodo. È l'età.
Queste frasi hanno una funzione precisa: chiudere la domanda prima che diventi scomoda. Trasformare qualcosa di dinamico, uno stato che è cambiato, in qualcosa di fisso. Di immutabile. Di accettabile.
Il problema è che quella chiusura, quella pesantezza, quella mancanza di slancio non è chi sei.
È come stai funzionando in questo momento. Ed è una differenza enorme.
Cosa sta succedendo sotto la superficie
Le Dinamiche Neuro-Esistenziali descrivono questo stato con precisione.
Ciascuno di noi tende a usare alcune funzioni cerebrali in modo prevalente, il proprio modo naturale di rispondere al mondo.
Chi è portato all'affermazione e alla decisione. Chi alla connessione e alla relazione. Chi alla risoluzione dei problemi. Chi all'esplorazione e all'entusiasmo per il nuovo.
Ciascuna di queste funzioni ha due modalità: una aperta, propositiva, orientata al mondo, che nelle DNE chiamiamo Up.
E una chiusa, protettiva, orientata alla difesa, che chiamiamo Down.
La modalità Up non è ottimismo. È la condizione biologica ed emotiva in cui siamo aperti, presenti, capaci di dare e ricevere.
La modalità Down non è pessimismo. È una risposta adattiva, il nostro sistema interno che si chiude quando percepisce che il costo di restare aperti è diventato troppo alto. È protezione.
Il problema nasce quando questa protezione, nata per essere temporanea, diventa permanente. Quando il Down non è una risposta a qualcosa che è successo, ma il modo in cui abitiamo la nostra vita ogni giorno.
Come si arriva qui
Non esiste un'unica strada verso il Down. Ma ci sono alcune condizioni che lo favoriscono, quasi sempre.
Lo stress che si accumula senza scaricarsi. Non il grande stress, quello lo vediamo, lo gestiamo, ci adattiamo. Il piccolo stress quotidiano, quello che sembra sopportabile, che non grida abbastanza forte da costringerci a fermaci. Quello si accumula silenziosamente finché il sistema decide che è troppo e abbassa le difese.
I bisogni che vengono ignorati troppo a lungo. Ciascuna funzione ha un bisogno profondo. Chi cerca riconoscimento e non lo trova. Chi cerca connessione e si sente solo. Chi cerca senso e fa cose prive di significato. Chi cerca novità ed è incastrato in una routine immobile. Ignorare questi bisogni non li elimina, li comprime e la compressione, nel tempo, produce il Down.
Le esperienze che non abbiamo elaborato. Una delusione importante. Un fallimento che ci ha convinto di non essere abbastanza. Una relazione che ci ha lasciato più cauti, più chiusi, meno disposti a rischiare. Questi oggetti del passato continuano a operare come filtri sul presente, bloccando la funzione nella sua modalità protettiva anche quando il pericolo non c'è più.
I messaggi che abbiamo interiorizzato. Non fare il protagonista. Non fidarti troppo. Non sognare in grande. Stai al sicuro. Questi messaggi, arrivati spesso nell'infanzia, costruiscono limitazioni invisibili. E ci sembrano naturali, parte di noi, invece di essere quello che sono: vincoli appresi che possiamo imparare a riconoscere.
Il Down ha un volto diverso per ciascuno
La cosa interessante è che il Down non si assomiglia sempre.
Chi tende naturalmente all'affermazione e alla decisione, in Down non scompare, si comprime. Trattiene la collera, scende a compromessi che sente come tradimenti, aspetta il momento per riscattarsi. La tensione è sempre lì, sotto la superficie, pronta a esplodere in modo sproporzionato al primo stimolo sbagliato.
Chi tende naturalmente alla relazione e alla connessione, in Down non aggredisce, si ritira. Smette di investire nei legami, diventa distante, formale, freddo. Protegge sé stesso da una nuova delusione chiudendo la porta prima che qualcuno possa entrarci.
Chi tende naturalmente alla risoluzione dei problemi, in Down non smette di pensare, smette di agire. Il pensiero diventa circolare, la perfezione diventa un ostacolo, la paura di sbagliare occupa tutto lo spazio. L'energia si consuma nel controllo invece che nella produzione.
Chi tende naturalmente all'entusiasmo e all'esplorazione, in Down perde la cosa più sua: la luce. Il mondo smette di sembrare interessante. La nostalgia prende il posto dei sogni. L'apatia si installa con una quiete ingannevole: non fa rumore, non esplode, non chiede attenzione. Si spegne, semplicemente.
Quattro modalità diverse. Quattro silenzi diversi. Ma la stessa radice: un sistema che ha deciso di proteggersi perché non si sentiva più al sicuro.
La domanda giusta
Il Down non è un difetto da correggere. È un segnale da ascoltare.
La domanda utile è "cosa sta proteggendo questa parte di me? E da cosa?"
Perché dietro ogni chiusura c'è sempre qualcosa che è stato ferito, esaurito, deluso, ignorato troppo a lungo. E riconoscerlo, dargli un nome, capire da dove viene, è già il primo passo verso il ritorno alla modalità Up.
Quello che non torna a posto da solo
Il Down cronico non si risolve con la forza di volontà. Non basta decidere di essere più positivi, più aperti, più entusiasti. La neurofisiologia protettiva non risponde agli ordini, risponde alle condizioni.
Cambiare le condizioni significa capire cosa le ha create. E questo richiede qualcosa di più di una buona intenzione: richiede consapevolezza, strumenti, e spesso qualcuno che ti aiuti a vedere quello che da dentro non riesci a vedere.
Le Dinamiche Neuro-Esistenziali nascono esattamente per questo. Non per dirti chi sei. Per aiutarti a capire come funzioni e cosa ti ha portato dove sei.
Perché quella luce che senti spenta non è andata da nessuna parte. È ancora lì. Aspetta solo le condizioni giuste per tornare.
